Menu principale:
Spiritualità > don Peppe Vitale
IL VALORE DELLA VITA, IL DONO DEI FIGLI
La prima domenica di Febbraio è sempre una giornata bella, particolare. E' in questa data, infatti, che la Chiesa tutta, nell'invitarci a celebrare la "Giornata della vita", ci induce a una riflessione, a una riscoperta del suo valore.
Si è pensato di invitare tutti coloro che hanno celebrato il Battesimo dei loro figli nello scorso anno, perché è con il Battesimo che essi hanno definitivamente dato loro la vita. Ed è proprio per questo che, come ho più volte avuto occasione di dire, sarebbe bello che, ogni anno, un buon cristiano non celebrasse il giorno della nascita al mondo, ma celebrasse il giorno della nascita nella Chiesa, il giorno del Battesimo. E' nel Battesimo, infatti, che si ha la completezza del riconoscimento del dono di Dio ed è con esso che, indubbiamente, si sperimenta la grande gioia di vedere il proprio figlio riconosciuto membro attivo della Chiesa al cui interno può incominciare il suo itinerario di cristiano.
C'è stato qualche santo che, dopo il Battesimo del figlio, ogni tanto gli scopriva il petto, glielo baciava, si metteva in adorazione davanti a lui perché attraverso quel sacramento era diventato tempio dello Spirito Santo.
Il figlio è la presenza di Dio all'interno della famiglia per la bellezza, per il mistero che la nascita di una persona porta in sé, per la gioia che immette all'interno di essa. Anche se qualche volta può sembrare un "fastidio" un "problema", nel guardarlo, nel prenderlo in braccio ci si rende conto della gioia della vita stessa.
Oggi, purtroppo, non sempre si guarda ai figli in questo modo: ci sono scelte di vita, fattori che ne condizionano non positivamente la nascita e la crescita .
Il controllo delle nascite, con la conseguente diminuzione della natalità, rende la nostra una società vecchia (la nostra Italia viene considerata un paese vecchio, il più vecchio del mondo). Ciò ha una valenza negativa non solo perché porta con sé innumerevoli problemi di vario ordine, ma, fatto estremamente più grave, è un segno che non c'è una grande speranza per l'avvenire.
"Quando le nascite vengono limitate è il futuro che viene meno" (…) "Senza figli non c'è futuro" sottolineano i vescovi italiani nel loro messaggio.
E' oltremodo sbagliato pensare che i figli siano soltanto un problema: i figli sono la continuazione di una storia viva, di una storia che si rinnova. "Senza figli non c'è futuro" il che significa che coloro che si pongono il problema di limitarne la nascita molto spesso non possono avere un futuro per loro stessi. E possiamo aggiungere ancora: preoccupati e paurosi di quello che l'avvenire può esprimere non mettono al mondo figli e questo da un punto di vista cristiano-religioso pone in evidenza una fede debole in Dio. E allora i vescovi ci interpellano e ci coinvolgono in questo grande problema e ci invitano ad affrontarlo con responsabilità, con coscienza, con la consapevolezza di essere espressione di questo dono di Dio.
Noi possiamo dire che il documento dei vescovi pone molte realtà sul tappeto che devono essere oggetto della nostra riflessione. Oggi il figlio è visto come un "problema" perché la nostra società si avvia ad essere soltanto una società di adulti. Allora se è una società di adulti la nostra storia a chi viene consegnata? Il futuro a chi viene affidato? Ci sono delle conseguenze enormi! Inoltre, mancando l'entusiasmo di formare una famiglia viene meno anche un impegno effettivo per crescere, per migliorarsi. Bisogna far sorgere il desiderio di donare la vita e il coraggio di generare figli. Essi sono l'espressione dell'unico valore che sta a fondamento del cammino di una società: essi sono l'espressione dell'amore e anche della forza interiore. Vanno ammirati tutti coloro che, anche rischiando, affrontano, con responsabilità e consapevolezza, il problema della vita. Bisogna essere aperti e non preoccupati solo della personale realizzazione. E' triste considerare che, molto spesso, coppie di giovani sposi non mettono al mondo figli semplicemente perché sono preoccupati di realizzarsi nella carriera: i figli sono una palla al piede; sono preoccupati di evidenziare solo il proprio "io" e non, invece, di cominciare a sentirsi un "noi" che è l'espressione della crescita di una famiglia. La famiglia è comunità, è comunione, è partecipazione di ogni cosa; anche gli eventi, le situazioni tristi all'interno della famiglia perdono la loro violenza perché l'unione, la solidarietà familiare li stempera perché la famiglia è gioia.
L'uomo è un "problema", ma è un "problema" anche la società. La nostra è una società in cui non c'è nulla di solido, di permanente, di duraturo, per sempre. In passato la società era determinata ed espressa da una stabilità interna. Qui, naturalmente, non si vuole esprimere la nostalgia di un modello familiare dominato dal pater familias, dal padre padrone, come una volta si diceva, ma di sottolineare come una famiglia stabile dava sicurezza, maggiore forza ed entusiasmo verso l'avvenire. Oggi, invece, la società è continuamente in movimento, in cambiamento: quello che si dice oggi, non vale domani; quello che ieri sembrava una novità, oggi già fa parte del passato. L'unica cosa stabile sono i figli. I figli sono "per sempre". Oggi non si aspira più a questo dono perché, essendo i figli "per sempre", non si è disposti a questa responsabilità, a quest'ancora. I figli catalizzano le energie e uno li considera molto spesso un intralcio per l'affermazione di sé, per il raggiungimento di uno status.
I figli "sono per sempre" e sono l'unica ricchezza che una persona può avere nella società: ricchezza intesa come scelta della vita da donare agli altri.
Non bisogna pensare che sia più "saggio", più "conveniente" vivere da soli per tutta l'esistenza, ciò significa inaridire il valore dell'amore del proprio animo, magari ci sono espressioni di esso, ma l'amore è fecondità, è dare vita, è disponibilità ad affrontare anche le responsabilità e i problemi che ciò porta in sé.
Succede che si trovino varie giustificazione di ordine economico, sociale,educativo per imporre la logica della limitazione delle nascite.
I figli costano e la nostra società , fondata sul consumismo, li fa costare ancora di più per la formazione culturale, sociale, politica e anche per una formazione religiosa.
I figli richiedono tempo per cure, assistenza e i genitori non ne hanno o non ne possono avere se non a prezzo di rinunce e di discriminazioni e la mente va alle lavoratrici-madri non sempre tutelate nei loro diritti nel mondo del lavoro e ai papà derisi perché "osano" mettersi in congedo per allevare i figli.
I figli richiedono una casa che sia adatta ad accogliere più persone e non solo la coppia; i figli vanno educati e seguiti e non sempre in questo si ha il conforto e il supporto delle istituzioni.
Inoltre, i problemi atavici del mondo, le guerre, le malattie, la fame, l'inquinamento, la delinquenza, fanno paura e in simili situazioni per molti risulta opportuno non avere figli e allora non si esita a ricorrere alla contraccezione o, cosa molto più grave, alla pratica dell'aborto, un ultimo colpo contro i bambini.
E allora, una società cristiana che cosa deve fare?
Poiché non esiste un cristianesimo separato dalla società bisogna lavorare sulla famiglia.
Come?
Mettiamo da parte l'individualismo, le prospettive personali, l'egoismo e apriamoci alla generosità, alla comunione, alla fraternità. Per la società la solidarietà, la fraternità sono dei vizi, dei valori perdenti, per la storia essi sono virtù, valori vincenti perché nella storia chi si afferma non sono le cose, non sono le mode, non sono i modelli di comportamento, ma sono essenzialmente le esperienze del dono della vita.
Mi capita spesso di sentire tanti genitori che sembrano un poco sconfortati per l'impegno e la grande responsabilità della scelta fatta. E allora è per loro che bisogna rivolgere una preghiera particolare al Signore perché essi sono gli eroi del nostro tempo: quelli che manifestano ancora la possibilità di dare un futuro alla nostra società. E' per supportare la loro opera che dobbiamo lavorare all'interno della società perché certi problemi non siano accantonati, che dobbiamo lavorare sul fronte della politica perché la famiglia non sia più intesa come una moda anacronistica che non ha più valore, che dobbiamo accogliere gli inviti di Giovanni Paolo II a riscoprire e a difendere il valori della vita nascente.
Non potremmo dire che tutto il discorso di stasera deve far nascere in ognuno di noi un solo desiderio, il desiderio di credere nella vita, di guardare con certezza e fiducia verso il futuro, di non lasciare all'improvvisazione o al momento determinate scelte perché le idee sono quelle che cambiano il mondo e il cristiano deve essere capace di contrapporre degli ideali alle idee del mondo. Gli ideali richiedono sempre un atteggiamento continuo, costante e pieno di entusiasmo per poter essere perseguiti e per poterli affermare.
Avviene quasi come una lotta tra un Dio che dona la vita e l'uomo che non la valorizza; tra un Dio che mette la fecondità nel cuore, nel corpo, nell'anima della persona e il rifiuto da parte dell'uomo attraverso tanti meccanismi dal controllo delle nascite alla mentalità di non far nascere i figli.
Dare la vita è una scelta che riguarda il futuro, è una scelta di fede, è una scelta di speranza, è un sacrificio. Ma noi non parliamo della nostra salvezza attraverso il sacrificio di Cristo? E Cristo si è mai pentito di aver sacrificato la sua vita per il mondo? Mai! Anche quando il mondo non si mostra grato nei suoi confronti. Allora immettiamoci in questo cammino, viviamo la nostra dignità di persona, comunichiamo il valore della vita e sosteniamo la vita stessa con la nostra preghiera, con il nostro atteggiamento, con la nostra testimonianza.
Sac Giuseppe Vitale