Menu principale:
Volontariato > Storie in corsia
Giovanni mi portò a conoscere Sandro, insegnante di matematica, una domenica pomeriggio.
Doveva essere operato il giorno dopo per l'asportazione di un tumore alla lingua, era sereno.. ma la moglie era terrorizzata.
Giovanni nei giorni precedenti la aveva incoraggiato.
Per un insegnante la parola è strumento di lavoro.. perdere la possibilità di esprimersi significava chiudere con il proprio lavoro per sempre.
Abbiamo parlato a lungo e, come avviene spesso, Giovanni ed io giocavamo in squadra… lui cercava di dare un poco di serenità alla moglie, io colloquiavo con Sandro..
Sapevo bene, e questo pensiero mi martellava la mente, che forse lui il giorno dopo avrebbe potuto perdere la parola per sempre.
Il mio giorno di servizio è il lunedi per cui, dissi, avrei potuto incontrarlo dopo l'intervento.
Ci salutammo con una promessa : il giorno dopo non avremmo potuto parlare, ma avrebbero parlato i nostri occhi nel silenzio delle nostre labbra.
Nel congedarmi gli strinsi la mano e solo allora notai nella sua i segni evidenti di deformazioni da poliomelite.
Sandro non era nato molto fortunato..
Raggiunsi l'ospedale col pensiero fisso su di lui.. forse mi sentivo maggiormente vicino a lui perché facevamo lo stesso lavoro e sapevo bene quali conseguenze avrebbe potuto portare quell'intervento.
Ma il suo letto era vuoto.. vi erano state complicazioni.. si trovava nel reparto di rianimazione.
La moglie col volto bagnato di lacrime implorava informazioni sullo stato del marito.
Insieme a Lucia, una volontaria instancabile, mi avviai verso la terapia intensiva.
Un reparto impenetrabile ed asettico , dove si entra solo con una speciale autorizzazione, imbacuccati con cuffia , maschera e copriscarpe.
Eppure tutte le porte si sono aperte ed eravami lì..
Un corridoio lungo e deserto, nella semioscurità… tante piccole stanzette..
Trovammo Sandro in una di queste stanze, quasi al buio, nudo.. e ricoperto di sonde .
Una spaventosa ferita, che in altri tempi al solo sguardo mi avrebbe fatto svenire, attraversava la testa da un orecchio all'altro, passando per la gola.. Alle sue spalle quattro piccoli monitor rischiaravano con i loro diagrammi l'oscurità della stanza.
Fù questo uno dei tanti momenti in cui si scopre la incapacità di pronunciare anche una sola parola , è meglio tacere.
Allungai la mano e strinsi la sua.
L'ospedale mi ha insegnato quante cose si possano dire nel silenzio di una carezza o di una stretta di mano.
Sandro socchiuse gli occhi e mantenne la sua promessa.
Si avviò in questo modo un colloquio affettuoso che non sono capace di descrivervi con le mie povere parole.
Il Cristo crocifisso era lì davanti a mè, e da mè, povero ed incapace di fare nulla, voleva solo un gesto di carità.
Lo sguardo , colmo di gratitudine, di Sandro era lo sguardo del Cristo sofferente verso il "SUO" cristiano..
Non saprei dirvi quanto durò questo nostro dialogo.
So bene che alla fine uscii più ricco da quella stanza , sento di aver ricevuto molto più di quanto non ho dato.
Il giorno dopo ho riincontrato Sandro in Corsia a gesti mi ha detto di essersi guardato allo specchio ed ha chiuso gli occhi..
Dopo due settimane era nel corridoio attorniato dai suoi allievi che gli facevano festa .
Ho notato che riusciva ad emettere dei suoni abbastanza articolati, forse la scienza e le preghiere di molti hanno avuto effetto.
Non l'ho più rivisto e forse è meglio così perché le nostre storie di volontari cristiani della sofferenza devono nascere e morire lì dove si soffre.
E' in quel luogo che incontriamo il Cristo che soffre.