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Volontariato > Storie in corsia
Ho incontrato Paola un pomeriggio di alcuni mesi fa.
Aveva l'aspetto di una ragazzina appena ventenne.
Seduta sulla sponda del letto, lo sguardo perso nel vuoto, sembrava isolarsi da tutta la realtà che la circondava.
Un breve saluto, tanto per rompere il ghiaccio, seguito da un "come stai?" dalla risposta scontata.
"Come vuoi che stia...con la diagnosi che mi ritrovo" mi disse con gli occhi velati di lacrime.
Capii subito la natura della sua malattia, leucemia, e sapevo quanto fosse pericolosa.
In questi casi è difficile trovare la via del dialogo quando la sofferenza fa chiudere in se stesse le persone.
Al volontario viene una voglia matta di allontanarsi, girando le spalle ad un incubo.
"Come ti chiami?" riuscii a stento dire "Paola" fù la risposta.
Così scoprii che Paola aveva quasi trentanni, era sposata, ed aveva due bambini piccoli.
Eppure i lineamenti ed il volto dolcissimi me la avevano fatta apparire molto più giovane.
Come succede spesso il richiamo alla propria vita familiare, ai propri figli è come una chiave che apre i cuori più chiusi...
Parlammo a lungo dei suoi bambini, delle speranze e delle angosce di una malattia improvvisa che sconvolge una intera famiglia.
Tornai spesso a trovare Paola che mi accoglieva sempre con un dolce sorriso carico di speranza.
Un giorno, era di lunedì, mi salutò porgendomi una fotografia: erano i figli che poco prima erano stati in ospedale a salutarla.
Era felice e mostrava quella fotografia a tutti...
A stento mi resi conto che aveva in mano un fazzoletto arrossato con cui si asciugava le labbra.
Ci salutammo con un arrivederci carico di ottimismo.
Tornai dopo due giorni, ma non trovai Paola.
"E' morta questa notte" fù la risposta che mi gelò " stà in sala mortuaria, se vuoi incontrarla".
Un terremoto sembrò scuotermi e mi chiesi con angoscia il perché di quella morte.
Un ambiente squallido.. un corridoio rivestito di mattonelle, tante piccole stanzette vuote.
Paola era lì, in una di quelle stanzette, su un tavolaccio di acciaio.
Un candelabro con una lampadina accesa, un altro con una lampadina fulminata... non un fiore.. non un Crocifisso.
Era lì , più bella di quando era viva, i capelli biondi tirati all'indietro, i lineamenti dolci di chi ha raggiunto la pace.
I parenti attoniti non piangevano più.
In cuor mio urlai la mia protesta contro Dio che faceva morire così una giovane mamma, che trasformava in orfani due bambini piccoli che appeena due giorni prima erano andati dalla loro mamma.
Stanchezza e sfiducia mi assalirono.
Mi allontanai incapace di accettare quella morte.. non ne ero preparato.
Anche l'assenza di una Croce, di un segno cristiano, mi appariva quasi la prova di un Dio che, sconfitto, fuggiva..
Mi allontanai..
Dopo un ora sentii il desiderio di ritornare da Paola, ma prima, insieme ad un altro amico, uscii dall'ospedale.
Comprammo una lampadina.. comprammo dei fiori..
Tornati in ospedale rubai letteralmente un Crocifisso dallo studio di un medico.
Paola era ormai sola nella sua cella.
Aggiustammo il candelabro spento..
Ponemmo i fiori ai suoi piedi.. e con rabbia misi fra le mani di Paola il Crocifisso.
Poi il volto sereno della donna, segno di una pace raggiunta, e quella Croce stretta tra le mani, mi riportarono alla ragione.
E così, il mio amico ed io, insieme, pregammo per il riposo eterno di Paola e la salutammo con un arrivederci.